In difesa di Barron Trump

Barron Trump è lo specchio delle anime semplici, il microcosmo in cui il macrocosmo egemone riflette tutto l’avvizzimento nauseante, la realtà nuda e palese di una mancata e reale comunicazione tra politica e bisogno reale. Lo sbadiglio di un bambino stanco e costretto alla presenza estenuante per protocollo fa scaturire il senso dell’alienazione. Barron è l’estrema sintesi di come tra politica, parole e cose, spesso non ci sia alcun rapporto, alcun senso e contatto logico.

Barron è anche il senso di inadeguatezza tra ciò che viene prospettato e la sua distorsione profonda del reale, è lo spettatore stordito nel baratro della forma, quella che ha risucchiato tutta la vita intellettuale, quella che ci fa commuovere o spazientire di fronte ad un eterno presente ridotto al ritmo sardonico di un gif. Il nesso tra ciò che è venuto prima e ciò che verrà, scompare. L’esistenza è ridotta al presente, a ciò che si afferra qui ed ora. In qualche modo le concause e l’analisi si ritirano di fronte all’asciutto di ciò che è alla portata.

Le reazioni comuni e derisorie verso Barron sono anomalia e patologia sociale di tutti noi che abbiamo perso il contatto vero con la realtà, proiezione di una nostra personale vita interiore sull’altro, nella difficoltà comunicativa e stereotipata, nel ritualismo ossessivo ed isolato con cui vivisezioniamo senza comprendere, incaselliamo e ordiniamo le generalizzazioni politiche.

Da qui il “punto di vista” politico spunta senza alcuna ragione, stenta fino all’indebolimento, si alimenta di solo ciò che vede e poi muore, di quella strana morte debole con cui si passa ad un altro interesse di massa. Anche il presente sfugge se comprendere profondamente la realtà necessita di sforzo, di un’energia superiore del nesso temporale e logico che superi l’attrazione per la verità approssimativa, l’interesse pornografico verso il troppo umano del dettaglio portato alla cronaca del meme.

Il delirio di compensazione di un intelletto sociale rimasto inutilizzato trasferisce su un bambino di dieci anni l’autismo collettivo, l’alienazione di chi va a caso ad acchiappare con il niente una progressione che non esiste. In una società che trabocca d’immagine siamo resi ciechi e bipolari nella sclerotizzazione della difesa idealizzata di minoranze, disabili, donne e omosessuali, per poi concretamente passare alla denigrazione di un decenne. La vera realtà è che ne siamo indifferenti. Insomma, queste passioni sociali si confermano come un’inutile deviazione dalla vera critica storica, ridotta, per dirla come Moravia, “ad un lungo sbadiglio di noia”.

 

 

25-01-2017 | 13:13