First lady del mondo unitevi

Cleveland, 19 luglio 2016, convention repubblicana. Melania Trump, elegantissima in bianco, moglie del facoltoso imprenditore candidato alle presidenziali americane del 2016, interviene con un discorso banalmente copiato in alcuni punti da quello pronunciato da Michelle Obama alla convention democratica del 2008. Se il principio della copia è radicalmente difettivo, dal punto di vista dell’imitazione un discorso non solo non è “vero” ma corrisponde a un “non discorso”.  La copia, dunque, è imperfetta anche nel non apportare alcun miglioramento all’originale, al punto tale che Melania ha prodotto una cosa inconsistente.

Il punto della questione è che l’attenzione della stampa americana alla presunta copia non considera che neanche l’originale abbia in precedenza brillato per spunti innovativi. Il concetto del lavoro duro, della provenienza lontana e difficile, dei valori trasmessi ai figli, tutto ciò era concetto oltremodo ripetitivo e stanco già nel 2008. L’attenzione formale alla parola, attraverso cui fondiamo la validità della politica di un uomo di stato, evidenzia il difetto che - quando il realismo del progetto politico decade - anche le parole risultano inconsistenti e vuote. La polis futura è dunque ricostruita nell’utopia del discorso: “Polis en logois, en logois he politeia”, diceva Demostene in un passo dell’orazione giudiziaria contro Eschine nel 343 a. C: “Sulla violazione dei doveri di ambasciatore”.  Quando dunque una città diviene invivibile non ci resta altro che crearne una invisibile, ricostruita e immaginaria in una comunicazione politica oltremodo inconsistente. L’assonanza tra l’abitare e l’abito porta poi a spostare l’attenzione verso la forma con cui l’ambasceria si presenta, dunque, nel confronto estetico tra l’abito di Melania e lo stile di Michelle Obama, come se una buona politica dell’abitare passasse anche dall’abito dell’ambasciatore.

Non si comprende l’abitudine americana in circostanze elettorali di far parlare le mogli, trasformando l’ambasceria in ambàscia. La pratica, tendenzialmente spettacolare, si rivela oltremodo controproducente e distorce l’attenzione dall’informazione di programma, comunicando solo una chiave empatica acchiappa-voto. Non permettere ai coniugi di intervenire è un’alta forma di recupero della credibilità politica, quando il discorso e le parole sono inflazionate, quando la simpatia e il bel volto danneggiano il messaggio costruttivo. Avremmo bisogno di sostanza, l’età della forma ha raggiunto la sua parabola consumandosi nel trash in mano ad una stampa gossippara e pettegola. Salviamo Tamara perché l’errore è in Michelle. Che le donne, o i coniugi, anche intelligenti, sappiano fare un passo indietro. Lo facciano per restituire credibilità ad un ministero politico inquinato, a meno che non siano Diotima o Aspasia ed abbiano l’eleganza di rinnovare e influenzare, sul palcoscenico o nel backstage, non importa.

30-07-2016 | 11:19