La Callas che visse d'arte (e d'amore)

La prima grande mostra dedicata a Maria Callas, un racconto tra materiale fotografico e documentario e di archivi d’epoca e oggetti appartenuti alla Divina, è in corso proprio nella città che vide il suo debutto con La Gioconda di Amilcare Ponchielli, Verona.

Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou, nata da genitori greci, voleva fare la dentista ma poi si trovò a mordere il palcoscenico come una dei più grandi soprano della storia della lirica. Inseguì il sentimento e un desiderio di famiglia che non riuscì mai a realizzare, visse d’arte, sublime, e d’amore, scossa in modo altamente concreto da una situazione irreale, brutta, violenta, quasi metafisica del rapporto che la legò ad Aristotele Onassis. Mise davvero in gioco la sua carriera e tutto il senso della sua esistenza dietro alla promessa di un matrimonio che poi non le fu mai concesso.

Vide di peggio, la fine della storia con Onassis, già turbata da tradimenti e liti, e il matrimonio di lui con Jackie Kennedy. Da greca si promise che l’avrebbero pagata cara e fu Medea nella memorabile interpretazione cinematografica di Pierpaolo Pasolini. E così avvenne. Aristotele si pentì ammettendo che avrebbe dovuto sposare la Callas, canaglia passionale, fiera, fragile e folle, al posto di Jackie, diva da jet set ma fredda e, per molti, alquanto superficiale. Maria continuò in privato e in modo turbato e altalenante a essere la “vera moglie” di Aristotele, arrivando a congratularsi con gli sposi e in particolare con la ex First Lady americana, alla quale rivolse un augurio particolare: «Ha fatto bene a dare un nonno ai suoi due figli».

Se non avesse coinvolto il senso di tutta la sua esistenza nell’amore anche la sua eccellenza artistica non sarebbe stata tale. Se non avesse amato tutta non sarebbe stata la Callas. Le donne che hanno coscienza della non risoluzione di un rapporto manifestano disagio e un dramma che più che psicologico assume la consistenza del metafisico. Il rapporto Callas-Onassis è vero in quanto profondamente greco e classico, in cui la conoscenza reciproca e di se stessi nasce dalla passione per la tragedia volutamente patita, perché solo se patita crea arte, divenendo oltremodo coraggio di scavare dentro la propria stessa intimità.

Nell’attuale età del femminismo liberatorio, della sofferenza d’amore vissuta come cancrena della possibilità esplicativa dell’essere pienamente donna, si prenda ad esempio il paradigma Callas senza gli eccessi psicologici dovuti ad una fragilità caratteriale. Si rivendichi il sacrosanto diritto tutto specifico e di genere alla sublimazione della sofferenza in arte, letteratura, politica. Le donne non creano attraverso la ragione, quella è un’avventura maschile, noi partoriamo con dolore. Ma il dolore ha una sua dignità solo se acquista un senso vitale. La passione della Callas non è passività, la vera passione è attiva e genera nel patire forze ed energie nuove, ed è in questo rapporto con Onassis che si manifesta la sua identità specifica, attraverso cui si trasforma in un legame sensibile, crudo, vitale con la realtà, diventando voce lirica. Mediante la sofferenza la donna si inventa per guarire, restituendoci il senso specifico del dolore, tratteggiando autenticamente una sorta di fenomenologia della percezione.

La Callas è un paradigma sepolto nella coscienza di poche donne eccezionali che - pur con tutti i limiti della forma imperfetta del sentimento umano - è stata capace di trascenderlo, divina, attraverso l’arte. La presunta e mistificata liberazione femminista non tiene conto che il senso del dolore, in una donna, è un percorso di conoscenza che fa leva soprattutto sull’innamoramento. Nell’offerta audace di sé, la donna esiste. Ciò che non va permesso è che l’uomo se ne vada con questo mondo interiore, creato spesso con lo scopo di piacergli più che per il godimento dell’umanità. La vera emancipazione femminile non è, quindi, nel rifiutare la sofferenza come tratto distintivo della dipendenza, ma nel viverla con piena coscienza di tutte le energie che sorgono e che pure costano, nello sfruttare il rapporto con l’uomo stesso come occasione creativa di chiarimento con tutti gli uomini e l’umanità in generale. Per questo la Callas è divina, tutte le altre roba da bovarismo 2.0.

 

 

12-04-2016 | 23:14