La royal baby che farà la storia

In nomen omen, nel nome un presagio. Non sono passate neanche 24 ore dal parto che Kate Middleton, duchessa di Cambridge, esce fuori dalla Lindo Wing del St Mary’s Hospital di Londra con in braccio quella che è la secondogenita Charlotte Elizabeth Diana (passeranno due giorni prima di conoscere il nome).

Accanto a lei il consorte principe William, e tra i due non sappiamo chi ha partorito, William diafano e più stanco o Kate in forma smagliante su tacchi, piega e trucco perfetti. In tutto questo c’è qualcosa di alieno e surreale: mentre una donna qualsiasi a dieci ore dalla nascita di un figlio si regge a stento in piedi deambulando ciondolante sulle pianelle e con una vistosa ricrescita tra i capelli, Kate ha tutta l’aria di aver appena trascorso un due giorni in una Spa, piuttosto.

Cosa c’è in comune tra Kate e noi? Semplice, la fantasia dell’abitino a fori gialli di Jenny Packham, stilista a cui la duchessa è affezionatissima: una donna italiana la userebbe al massimo per una camicia da notte col bimbo poppante addosso, sfatta dopo il travaglio, o al massimo come tendina per il cucinotto della casa al mare. L’apoteosi poi è l’ironia delle giornaliste russe sulla data del parto, come se Kate avesse partorito giorni prima rispetto alla data ufficiale. Le bionde per una volta invidiose delle castane. Ma quando mai? Nonostante tutto Kate è radiosa, lo è maggiormente perché il nome della Royal girl è molto più di un semplice gossip neonatale: stavolta il nome della bambina lo ha scelto lei. Questo è un risultato political correct, diplomaticamente corretto, un nome che nella sua apparente scontatezza mette d’accordo tutti, un equilibrio squisitamente sobrio e britannico: un riscatto affezionato per Carlo, nell’ordine preferito per scelta alla diatriba (Elizabeth-Diana), una menzione per la madre di William ma sempre ad un passo dietro la regina, un trittico che accontenta tutti.

L’importanza del nome della Royal Baby segna una linea ben precisa di Kate: l’armonia diplomatica della conciliazione degli opposti, una sorta di “pax augustea” dopo i tumulti nel privato monarchico anni’80/’90. Kate Middleton è la principessa della porta accanto, veste Zara, complica poco il suo stile che mantiene una pulizia invidiabile in ogni occasione. Abituati agli eccessi e le lacrime di Diana che attirava per immedesimazione muliebre contro l’oppressivo sistema del protocollo monarchico Kate è una principessa che in Italia non infiamma molti. Non dimentichiamoci che l’eccesso e la sofferenza spesso nascondono una grande fragilità, Diana forte non lo era affatto, non lo fu mai. Nella presunta normalità di Kate c’è, al contrario, o pare, parecchia saldezza.

Una saldezza di cui il principe William tra le vicende sentimentali paterne e materne forse aveva bisogno. Lontana dal tristissimo allure melanconico delle principesse monegasche vestite Chanel, Kate per sua figlia ha scelto l’ordine e la conciliazione. Charlotte più che una neonato è un auspicio e una promessa, una linea o un proposito. Kate veste low cost come indossa messaggi semplici, diretti e senza fronzoli. Piace perché è una donna raggiungibilissima, cordiale, alla mano, la bellezza della femminilità che non ha bisogno di sovrastrutture, concettosità, complicazioni stilistiche e, nonostante tutto, possiede una forza che sa rimanere. Perché Kate è salda e conciliante, è, appunto, la normalità che si fa forza, ramifica e raggiunge un obbiettivo. Perché Kate è perfettamente consapevole di ciò che vuole e come lo vuole e, per chi non lo sapesse, il suo secondo nome è “Elizabeth” tale e quale al secondo nome della Royal Baby. Si potrebbe pensare che nella scelta di un nome o in uno stile Kate non abbia poi tanto coraggio, che un qualche segnale di rottura sarebbe arrivato attraverso la scelta del nome Diana o un altro meno tradizionalista e più sportivo.

Se Diana ha rotto gli argini in modo forte lasciandosi dietro un’immensa instabilità sua e altrui, il coraggio di Kate sta invece nel capire di cosa socialmente e politicamente si necessita al momento e scegliere, popolarmente o no. Il coraggio di Kate è nel riprendere i fili spezzati e turbati di una tradizione, ricucirli con pazienza e il sorriso rassicurante a 32 denti – sempre uguale per ogni occasione, a dire il vero – e considerare che nel 2015 ci vuole sempre lo stesso coraggio nell’essere costanti e fermi e non accontentare la moda attraverso un nome più rock. Il vero coraggio è nel riunire il futuro in 3 chili e settecento grammi che si portano nel terzo millennio una storia tradizionale che non cede alle futilità gossippare del momento e difatti ancora esiste e resiste.

Chi ha ancora il coraggio di fare storia gode sempre di simpatia e promessa di durata. Ancora, ci vuole coraggio nell’armonizzare tre opposti, una Olivia o Alice qualsiasi sarebbero state semplicemente una via di fuga. Ci vuole coraggio a vestirsi come una precaria qualsiasi che fa shopping da Zara ed essere una principessa, forse psicologicamente la più forte e salda nel nostro panorama occidentale.

 

 

05-05-2015 | 00:39