Lunga vita all'ultima principessa

“Lungo, troppo lungo, quanto un matrimonio indiano”, “troppi cambi d’abito”, “era di sinistra e non ha sposato un metalmeccanico”: le dita delle consulenti d’immagine di ogni età si consumano veloci e cattive sui tasti dello smartphone dalla cover per nulla elegante a forma di ghiacciolo alla menta. Solitamente dietro la sagra estiva di questo genere di clichès si palesa un’improvvisazione stilistica che al massimo si manifesta facendo anticamera presenzialista durante la fashion week milanese, correlata dalla banalità conformista di chi insiste nel non capire che l’eleganza parte innanzitutto da una regola base: semplicemente essere.

Chi si descrive, chi analizza un accostamento, calibra le associazioni di colore o insiste su cosa sia giusto o non sia giusto indossare, fondamentalmente viene meno al principio sostanziale secondo cui il senso del “giusto” parte innanzitutto dall’ammirazione verso un quoziente intellettivo elevato, un carisma personale e una propensione a non sovraesporre la propria immagine. Sinceramente si dubita che a sposare un metalmeccanico siano invece proprio “quelleh dellah modah” che a colpi di selfie quotidiani e “cosaindossioggi” non accettano che la raffinatezza stia tutta non nel “colpo di scena” quanto in quell’aura di discrezione silenziosa che mai si nutre di gossip.

In sette anni di fidanzamento Beatrice e Pierre non hanno mai colorato il gossip sfrenato delle copertine, di lei ci ricordiamo la erre morbida della pronuncia da giornalista in Rai e in modo semplice e discreto, al massimo. Morbida, una discrezione ribelle ma giovane e morbida, mai eccessiva. Il fatto che buona parte della lista nozze sia stata fatta in una libreria in effetti irriterebbe chi invece la aprirebbe tutta in un negozio di scarpe. Il punto è questo: Beatrice ha ampliamente dimostrato di essere all’altezza del rango e del ruolo indossando la quintessenza del made in Italy, in un contesto in cui vi era una forte attenzione di stampo internazionale.

Cinque abiti come i cinque stati d’animo di Beatrice Borromeo: inizia con due abiti di Valentino per le nozze civili, Alberta Ferretti per un party d’intermezzo, culmina con Armani in pizzo chantilly e chiffon di seta bianco per il rito religioso. Avevamo in casa una degna ambasciatrice dello stile italico e non ce ne siamo mai accorti, poi l’abbiamo scoperto, abbiamo notato che nella banalità massificata della comunicazione e della cultura c’è qualcosa che può fare la differenza e qualcuno, inevitabilmente, critica, perché ciò che dà fastidio, che non si capisce, che non rientra nel paradigma muliebre canonistico viene attaccato.  Qualcuno addirittura l’ha criticata perché è colta – non sia mai! –, ha aperto la lista nozze italiana in una nota libreria milanese e non si è addobbata come una meringa o Santa Rosalia per dire “si”. Un modo come un altro per dire che se vogliamo seguire uno stile o una tendenza dovremmo iniziare a tenere d’occhio quelle che si defilano dalle scene più che i défilé, quelle che catalizzano l’attenzione sulla figura perché eliminano gli orpelli accessori di dosso: i sandali bassi rubano la scena al tacco alto e gioiello per il giorno e al tristissimo tailleur, un pic-nic svelto e informale per le nozze civili brucia il pranzo composto in shantung di seta, foto formato famiglia, trucco carnascialesco e boccolo ottocentesco. Se qualcuno condanna i party di troppo dovrebbe capire che esistono delle situazioni formali e convenzionali in cui vige la regola della scrematura e della tipologia degli inviti, non per nulla il rito religioso è stato blindato alla sola famiglia, con un’apertura più ampia per il ricevimento, poi. Come dire: se si può, si può fare, soprattutto se stiamo parlando delle famiglie Grimaldi e Borromeo, con annesso e connesso il principato di Monaco, ragion per cui sfidiamo qualunque donna a indossare lo stesso abito per occasioni diverse e gradatamente importanti, non lo farebbe nessuna.

In Italia, poi, vediamo diciottenni cambiare abiti griffati al pre-diciottesimo, alla cena coi parenti, alla festa con gli amici, e ci meravigliamo dei cinque abiti di Beatrice Borromeo. Il punto è che sarebbe facile in questo suo caso rasentare l’eccesso e il principesco, lei riesce ad esserlo in modo sublime esaltando una semplicità e sobrietà estreme, cose che in fondo, un po’ infastidiscono: la possibilità di poter apparire una principessa, e la scelta consapevole che per esserlo realmente bisogna rinunciare all’apparire, e scegliere di essere con una personalità ben definita, una logica raffinata nell’alternanza degli abiti e quel gusto forte che rende un matrimonio un vero matrimonio senza eccedere nel dimostrare forzatamente che è un matrimonio, eliminando quindi le apparecchiature stilistiche che lo esaltano come tale, ma esaltandolo senza calcare sulla parola “matrimonio”, nei vari ricevimenti, nella scelta di una lista nozze come negli abiti. Il punto è che bisogna distogliere l’attenzione da se stesse per poter avere gli occhi addosso. Beatrice docet.

 

 

05-08-2015 | 12:38