Mamma ho perso il red carpet

Il grottesco sta nell’assenza di vergogna sociale che impedisce di sottrarsi alla passione della propria immagine pubblica. Quando questa proposta di sé è costante, continua nel suo eccesso, non è neanche felice. La realtà felice è vera in quanto discontinua come il segnale di un elettrocardiogramma che, se piatto e costante, registra un’assenza, non una presenza vitale. La felicità è qualcosa che, quando c’è, tende a sottrarsi all’ostentazione digitale per essere vissuta. L’onnipresenza della figura non è attenzione alla persona, al contrario, è umanesimo deviato.

Lanciare sul red carpet degli MTV VMA 2016 una bambina di quattro anni con tiara di diamanti, coda di tulle e scarponcini da scalatore rosa, come ha Fatto Beyoncé con la figlia Blue Ivy, non è assecondare un desiderio infantile, è distruggerlo precocemente. Il desiderio ha subito una trasformazione mediatica: dal gusto del percepire altro si è passati alla passione dell’essere percepiti. Il risultato è che dallo stare sotto le stelle in attesa per la mancanza di qualcosa, noi stessi siamo diventati “stelle”. Il desiderio è, dunque, nella mancanza e nell’attesa, è altro da noi e meta che ci obbliga, nel viaggio e nell’impulso volitivo ad una trasformazione e al tentativo di intuire strategie per poterlo raggiungere. Il desiderio infantile ha bisogno di discrezione per potersi realizzare. In questo viene fuori la nostra componente animale legata all’istinto della conservazione della specie: per poter sopravvivere un predatore deve mimetizzarsi con l’ambiente, procedere con cautela e in silenzio, nascondersi e anche non rivelare l’intenzione predatoria, poi attaccare. Se si svelasse troppo o troppo presto rischierebbe di essere a sua volta predato o morire di fame. La fantasia infantile è qualcosa che non dovrebbe subire la proiezione o estensione ingombrante di un ego genitoriale.

La tendenza dei media è, purtroppo, quella di influenzare passivamente il gusto collettivo in modo emulativo, da cui bambini esposti o sovraesposti in pasto alla pericolosità del web, trofeo dell’orgoglio adulto, vestiti spesso in modo non consono a età e maturità. L’attenzione quasi maniacale all’infanzia genera il suo esatto contrario. Il genitore, in tal caso, diventa responsabile della “disponibilità” volontaria con cui offre un minore, l’abuso della sua ostentazione, apparizione mediatica di cui il bambino non ha piena coscienza, non possedendo gli strumenti per dominare uno spazio oltre le capacità oggettive di comprensione. Se poi l’esposizione eccessiva del bambino si nutre di desiderio di visibilità personale e di manifestazione di un talento o di un’eccellenza dello stesso, al contrario lo destinerà a una vita impersonale, alla confusione anonima della massa.

 

 

01-09-2016 | 11:06