Manuale per la notte degli Oscar

AMERICAN SNIPER

Fondamentale è prendere una posizione netta sul film. O si ama, o si odia.  A questo punto, fatta una scelta, il nostro punto di vista si dovrà ostentare in maniera integralista. Fino alla fine.

Se nel contesto della conversazione deve prevalere l’attacco al film, si dovrà additarlo a priori come un film fascista. Perché esalta la violenza e caratterizza il protagonista in maniera fuorviante e non filologica. Si potrà chiudere la conversazione dicendo che si preferiscono – di Clint Eastwood – altri film, come Gran Torino o Mystic River.  Salvare sempre e comunque l’interpretazione del protagonista, che però non vincerà l’Oscar dal momento che, come tradizione impone, sono favoritigli attori che interpretano storie di deboli e malati.

Se si decide di amare American Sniper, bisogna far leva, in primo luogo, sul tono epico che attraversa la pellicola. Per fare ovviamente riferimento al lato umano del regista nell’affrontare la tematica della guerra, è necessario citare il dittico anticipatore Flags of our Fathers / Letters from Jiwo Jima. Ricordare allora che l’attore protagonista non ha purtroppo la possibilità di vincere l’Oscar perché ormai tendono a vincere solo attori impegnati in ruoli politicamente corretti più comodi, meglio ancora se di colore.

Visto il ricco dibattito pubblico che ha scatenato il film, avere pronta la citazione di almeno due interventi –opposti – sul film, (sempre di carta stampata, no blog) prendendone ovviamente le dovute distanze a seconda del registro che si vorrà assumere durante la conversazione. Se il film non si è visto, e la cosa crea imbarazzo, è facile metterla in calcio d’angolo spostando tutto il discorso sulla recente fiction dedicata alla Fallaci.

 

BIRDMAN

Usare come intercalare l’aggettivo “Pirandelliano”. Dire che il protagonista (non è necessario ricordarsi il nome) dai tempi di Bat-man appare molto ingrassato e che in tutti i vari film sull’uomo pipistrello, dal primo all’ultimo, risulta sempre più carismatico il cattivo (p.e. Joker). Si acquista molti punti dicendo di essere stati a Broadway, e magari di aver visto proprio in quel teatro (chiamarlo sempre rigorosamente “il teatro dove si svolge il film...”) un adattamento o di Pinter o di Capote. Chiudere il discorso con una formula sul modello “…certi film li può fare solo un regista non americano. Perché l’America di oggi la sanno raccontare meglio gli stranieri…”.

E’ indicato chiudere così la prolusione; con un tono ostentato, al limite del profetico. Se nel corso dell’intervento è opportuno citare spesso Pirandello, può apparire troppo generoso spendere nelle proprie considerazioni il termine capolavoro. Ormai questo sostantivo lo usano solo i settimanali.

 

BOYHOOD

Film da lodare sempre e comunque, a priori, per l’idea alla base del progetto. Uno spunto geniale ma che il sistema dell’Oscar non apprezzerà per l’invidia e le gelosie reciproche che sempre ci sono tra colleghi influenti... Fare riferimento ovviamente all’attore che interpretail padre (N.B. usare la formula “attore feticcio del regista” ha sempre un certo charme), additandolo come quello che da ragazzino fece l’Attimo Fuggente (ovviamente qui si impone un coccodrillo sintetico di Robin Williams, dove si deve dimostrare di aver visto almeno un paio di titoli non comici della sua carriera).  Se si vuole fare questo riferimento è necessaria molta pazienza perché gli interlocutori si scateneranno nel volerlo riconoscere. E lo confonderanno. Sta bene anche suggerire l’idea che un film del genere, in Italia, non saremo mai in grado di farlo. Per dimostrare acume, qui più che altrove,è necessario fare leva sulla forma dell’opera e non sul contenuto.

 

GRAND BUDAPEST HOTEL

Esordire segnalando di aver rivisto il film di recente proprio in questi giorni su SKY. Qualcuno interverrà dicendo che il film è stato trasmesso male, dal momento che si notavano pesantemente delle bande nere ai lati. A questo punto avrete il pallino della vittoria. Dire che il film è stato girato con questo determinato formato per una precisa scelta stilistica retrò del regista non potrà che far salire le vostre azioni. Un bel colpo è far riferimento alle riprese fatte dal regista a Cinecittà una dozzina di anni fa per The Life Acquatic. All’epoca si può dire di averlo incontrato mentre girava a Via Giulia o sulla Tuscolana. Appropriato, parlando del suo stile, è far uso del sostantivo “modernariato”, lemma che adesso funziona molto di più rispetto all’aggettivo “vintage”, ormai abusato. Si può dire di avere nella propria seconda casa un lampadario o una poltrona come quelli presenti nella hall dell’albergo. Sempre se nessuno dei presenti potrà mai controllare di persona la cosa.

 

THE IMITATION GAME

Si può serenamente parlare del film anche senza averlo visto. Basta tener presente come riferimento un qualsiasi special tv sul codice Enigma. A seconda del contesto e del milieu degli ospiti, lo special da noi visto in tv si può attribuire a Piero Angela, a Voyager, a Minoli, a Corrado Augias oppure a History o Discovery. Questo può creare confronti e sovrapposizioni tra i diversi modelli di divulgazione televisiva. Nel caso le strade sono due: o assumersene le responsabilità o troncare il discorso dicendo di aver visto la cosa in tv tardi, in seconda serata, quindi già parecchio assonnati. Fondamentale ricordare che un attore, interpretando un ruolo bipolare, è storicamente facilitato per la vittoria dell’Oscar (cfr. Rain Man). Stavolta però chi interpreta Stephen Hawking, più pesantemente menomato, avrà i maggiori favori del pronostico (cfr. di seguito La teoria del tutto). L’attore protagonista del film ha un cognome complicatissimo. Studiarlo bene, sfoggiando una grande familiarità con lo spelling C-u-m-b-e-r-b-a-t-c-h-.

 

SELMA

Ecco l’occasione giusta per fare sfoggio di nozionismo e buona cultura cinematografica. Prepararsi a dovere un bignami di controstoria dell’Oscar – riletta in chiave di emancipazione dell’uomo di colore –  da Via col Vento a 12 anni schiavoed il gioco sarà fatto. Non dimenticare mai Spike Lee e neppure Denzel Washington (necessario una volta tanto, ma solo per loro, spendersi in superlativi assoluti). Se l’atmosfera non è felice perché l’argomento politico potrebbe creare degli attriti nel corso della serata, si può chiudere l’argomento citando la scena in cui Martin Luther King nel film si dedica a fare la raccolta differenziata della carta. Anche in questo gesto semplice, già mezzo secolo fa, uno dei grandi del novecento si dimostra pioniere.

 

LA TEORIA DEL TUTTO

L’attore protagonista vincerà l’Oscar perché è il più malato di tutti (cfr. supra The Imitation Game) anche perché dopo l’Oscar lo scorso anno per 12 anni schiavo, non potrà essere anche stavolta una cerimonia tanto politicamente corretta quanto la precedente. L’attore ha un cognome complicatissimo. Studiarlo bene, sfoggiando una grande familiarità con lo spelling R-e-d-m-a-y-n-e-. Solo se sono freschi i ricordi di una vostra eventuale maturità scientifica, affrontate l’argomento teoria dei buchi neri. Trattasi di terreno altamente minato. L’argomento spaventerà gli eventuali interlocutori e vi farà il vuoto intorno. Inevitabile.

 

WHIPLASH

Trattandosi dell’ultimo titolo della rosa dei possibili vincitori ad essere stato distribuito in sala, si può serenamente affermare di non averlo ancora visto. Ripromettendosi però di recuperarlo quanto prima qualora dovesse vincere, a sorpresa, delle statuette importanti.

 

 

20-02-2015 | 13:13