Provaci ancora, Michelle

Il 2016 è un anno importante per l’America, si segna definitivamente il consolidamento della funzione politica degli outfit in giallo di Michelle Obama. La first lady del riciclo e del low cost, delle gonne a fiori - come strappate al tempo dei saldi e che creano subito dopo un mix di rifiuto e pentimento - delle fantasie geometriche, degli scacchi bianchi e rossi, dei pastellati e del color calendula ci ricorda che dal messaggio di forza e solarità si può approdare a quello della confusione.

Ora, che le principali testate di moda la incoronino come icona di stile parrebbe un buon segnale anche per le donne tedesche in circolazione d’estate, in vacanza a Roma, perché da qui al rilancio della fantasia tipica della tendina da cucina per la casa al mare il passo è breve. Che l’icona rimanga pure su altari americani, perché qui in Italia Michelle sdogana ciò che compriamo solo se lo troviamo scontato al 70% e con la scusa che: “Questo dentro casa va bene”. L’incomprensibile passione per gli abiti colorati ricorda certe vetrine di quei negozi dal titolo lontanamente concettuale come “Dettagli di moda”, “Messaggi di Stile”, che vestono le messe d’agosto in Riviera.

Osannata come esempio di stile svelto e popolare, capace di tenere accanto a sé un uomo con la forza della propria intelligenza e il sorriso rassicurante del “va tutto bene, siamo i gendarmi del mondo ma tutto è a posto”, Michelle inaugura il mandato della banalità democratica.

Ad esempio, mettere sullo stesso palco due personaggi dello spessore argomentativo della First Lady e dell’attrice Charlize Theron in difesa dell’istruzione femminile ha l’unico effetto di spostare l’attenzione dall’impatto motivazionale delle parole esclusivamente sul calibro del personaggio. Il mantra è che le donne intelligenti non hanno bisogno degli uomini: “Non esiste nessun ragazzo a quest'età che sia abbastanza carino o interessante per poter essere d'intralcio ai vostri studi”, più o meno la stessa espressione che userebbe la catechista di una parrocchia di periferia. Ma come nella favola di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore” si denuncia il compiacimento  politico della massa, la pressione popolare che tace la verità snudata dall’innocenza di un bambino, allo stesso modo possiamo dire che, come l’imperatore è nudo, così Michelle è banale,  e il principio di autorità del ruolo non giustifica l’inconsistenza dello stile, l’assoluta mancanza di pregnanza delle parole.

Non avevamo assolutamente bisogno, ad esempio, delle lezioni di cucina di Michelle ai tempi di Expo: insalata di riso, lenticchie, quinoa e orzo perlato, cosce di pollo con prezzemolo e timo, scaglie di grana e rucola. Come rimpiangere le teglie di pasta al forno della domenica. La pasta poi – secondo Michelle –  si cucina benissimo nella pentola a pressione insieme al condimento. Scroscio di applausi per un’eresia della tradizione e del tempo in cucina, dove i passaggi di preparazione hanno in Italia la religiosità del rituale. Low cost anche in termini di sale e acqua, la ricetta eseguita con i ragazzi delle scuole americane presso il ristorante temporaneo della James Beard Foundation, in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, è avanguardia pura. Michelle pare intoccabile. L’impegno a favore dell’istruzione femminile, le campagne contro l’obesità e il mangiare sano, i balli lenti languidi in abito da sera con Obama sono il politicamente corretto. Michelle Obama è la rappresentazione vivente della donna in collana di perle della pubblicità del dado Star, figurando così l’immaginario distorto di quella femminilità che intende liberare. Non crea punti di rottura, si incanala piuttosto nella rappresentazione di ciò che il medio si aspetti che dica o faccia: salutismo, lowcost, solarità, solidità sentimentale, pseudo-impegno sociale, insomma ciò che si fa finta di cambiare per poi nulla modificare davvero.

Cavalcando l’onda delle tendenze popolari appare simpatica ai più ma assume il valore di uno specchietto per le allodole. Dietro il casual non c’è ricerca, dietro il pragmatismo c’è la retorica dell’inconcludenza, dietro alle stampe di fiori o il geometrico la distrazione di massa, dietro al proclama di Obama “Yes we can” ci sarebbe il “Sì, ma pure tua moglie poteva fare di meglio”.

 

 

05-04-2016 | 00:35