Sul furore di Nick Cave

Australiano di nascita, poi trapiantato a Londra e quindi a Berlino, Nicholas Edward Cave esordì a fine ’70 come furibondo anfitrione nei malfamati circuiti punk. Era a quei tempi il dinoccolato cantante dei Birthday Party – poi rinominati Bad Seeds – combo che proponeva una miscela esplosiva di blues torbido, vacue ossessioni religiose e psicotico rumore drogato. Qualcosa di selvaggio e tribale ma velato di malinconica decadenza europea che, a parte Iggy Pop, non si era mai sentito prima. Un furore dionisiaco ed apocalittico caratterizzò quegli esordi sonori così convulsi, impartendo già da allora la vocazione “maledetta” del nostro, di lì a poco opportunamente ribattezzato dalla stampa specializzata “Re Inchiostro” per via dei testi visionari, in equilibrio precario tra tellurica blasfemia e lisergiche fughe mistiche d’impronta biblica, sezione Vecchio Testamento. Parallelamente alla deriva “classica” che riguardò, ad esempio, Carmelo Bene nell’atto di trasfigurare con la phoné Leopardi, Campana, Dante – giusto per tirare in ballo un altro dei “sacri” riferimenti di quel periodo – pure Nick Cave s’adoperò per spurgare parzialmente il proprio codice espressivo da elementi strettamente iconoclasti, nell’ottica di rinnovare, talvolta con trucchi dal sapore grottesco, il canovaccio cantautoriale tipico di maestri quali Leonard Cohen, Bob Dylan, Scott Walker.

Come zattera sfilacciata nel mezzo di una tempesta, la banda guidata da Cave attraversò con piglio piratesco i flutti di un’epoca gommosa e priva di stile, sempre in procinto di sprofondare nel gotico languore introspettivo così come di riemergere subitamente nel patinato distacco della decodificazione stilistica neoclassica, quasi nei paraggi dell’intrattenimento da cliché piano-bar fumoso. Approdata con sicurezza, dopo esotismi vari ed inclinazioni vittoriane, nel molo privato dei censori più irreprensibili e destinata a riproporsi nel tempo come perfetta scia musicale da seguire ed imitare, la barca  manovrata da Cave abbandonò gradualmente lo psicodramma alla Lautréamont, proseguendo placida in un personale viaggio impressionista sempre più acquerellato di manierismo, per adagiarsi infine nel comodo limbo tra bene e male. Come un racconto intimista decorato di cupe maledizioni e di soavi redenzioni, con il passare del tempo viepiù sussurrato, quel viaggio musicale divenne la testimonianza ammiccante di un collettivo naufragio in smoking per cinquantenni un tempo ribelli, costretti poi a ricucire con le confidenze gli strappi anarcoidi della gioventù.

Ora, nell’immensa ingenuità tipica degli emuli, Nick Cave rappresentò, ben oltre il piacere dell’ascolto, un modello dal quale trarre pose, stile, attitudine. Così quando arrivarono baffi e calvizie, prole e santità, per il vecchio dannato scattarono ovvie reticenze, tanto che pure a noi adepti venne la nausea da rigetto nel leggerne le sorti imborghesite sulle riviste alla moda. Quando poi fu chiaro che il vomito infuocato del peccaminoso baccanale tragico venne sostituito dagli ovattati onori pubblici percepimmo che era giunta l’ora di ucciderlo. Ascoltavamo Nick Cave, scribacchiando di questioni private e di amori impossibili, nella disperata pretesa di restarne quanto prima orfani, giusto per rendergli il favore d’averci dannato l’anima. Fummo accontentati quando di lui, artisticamente, nulla importava più. Ma quanta adorazione finì nel frattempo come piscio di whisky nelle latrine di quella caverna oscura? Quanto c’illudemmo di assomigliargli almeno per un attimo? Noi complessati, contorti, piccoli presuli cresciuti da semi cattivi? Album come Tender prey, Let love in o The good son, s’infilavanocome aculei nella tesa carne giovane, come nere lame affilate in grado di aprire squarci emotivi proprio dove il dolore sciocco del ventenne costruiva la sua tana immacolata. Restavano i ricordi a rammentarci che, nel frattempo, con tutta l’intransigenza tipica dei devoti traditi, eravamo miseramente invecchiati peggio di lui.

 

 

25-03-2015 | 15:59