Susan dallo spacco alto (e scollatura bassa)

Il can-can di pro e contro in merito all'abito indossato a Cannes da Susan Sarandon scomoderebbe anche Durrenmatt con l'adagio: “La verità esiste solo nella misura in cui la lasciamo in pace”. La Pizia ufficiale del buongusto si è frantumata in una babele di oracoli che tra l'opinione e la credulità ingenua non hanno più riferimenti canonici di stile. La ricerca spasmodica di cosa sia giusto o sbagliato declassa all'umorale il giudizio.

Il mito di Susan è morso dalla curiosità, dal vilipendio facile come dalla consacrazione del senso del giusto ad ogni costo, sempre e comunque. Ma il mito, quello vero, ha le sue varianti, le sfaccettature imprevedibili delle tradizioni scritte e orali. Come ogni mito, non è dato sapere se Susan sia colpevole o innocente di cattivo gusto: un abito troppo stretto, uno spacco inopportuno, un tacco dall'altezza sbagliata. Ci si astiene. E invece no: la catarsi del pubblico femminile è tutta nell'esaltazione del coraggio al mostrarsi così come è, bieca esaltazione di chi annovera nell'Olimpo di Cannes il difetto ostentato dell'abito. In realtà ci vuole più coraggio a non provocare per forza.

Il problema è tutto qui, non nella presenza dell'umano difetto ma nel disagio di chi lo ostenta come provocazione fine a se stessa. L'ipocrisia volgare si divide nel girone del bullismo femminile 2.0 sino alla completa immedesimazione senza critica. Bisogna avere il coraggio di apprezzare l'unicità esistente anche attraverso le pieghe del punto vita ma dubitare dell'ostentazione disprezzante di sé. Rivendicheremmo come sano il pregio naturale dello spontaneità, non la provocazione mediatica. Questa, in ultima, non aiuta le donne, non le valorizza. Vestirsi male, perché questo è, secondo il codice di equilibrio tra proporzione e accostamenti di tessuto e linea, non agevola il percorso liberatorio delle donne dall'ossessione del corpo. Al contrario alimenta conflitti, si concentra su ciò da cui si deve distogliere, in pratica è ridicolo, inutile, in ultimo ipocrita.

Perché le donne sono impietose nell'esaltazione a prescindere, e non si aiutano, magari affossano, perché la critica che valorizza non usa il corpo di un'attrice per difendersi dalle incertezze del proprio. Qui l'oggetto non sono le pieghe del suo corpo, non è il corpo, l'età, il ginocchio imperfetto, i capelli non freschi, qui la questione è nell'abito. Criticare un modo di vestirsi al punto da non valorizzare la figura fa parte della storia del costume e non ha nulla a che fare con la critica alla persona fisica. L'abito non è il mito, per quanto sbagliato, l'abito però rivela non “un corpo” ma una provocazione “con il corpo”, e se c'è provocazione c'è disagio.

Susan non è 'brava' perché ostenta e solo perché è Susan Sarandon - c'è la sana convinzione che se alla comunione del pargolo fosse stata la cognata a presentarsi così sarebbe volato l'ostracismo perpetuo. Da qui il nonsenso di chi benedice la provocazione. C'è una provocazione giusta per ogni età, qui invece si palesa la rabbia e l'accanimento di chi difende a spada tratta. Le pieghe non sono le sue, sono quelle con cui combatte ogni donna incerta. La rabbia delle crociate delle donne che difendono arriva persino a usare e difendere il brutto altrui. La rabbia non sostiene, non valorizza, non è oggettiva, distrugge sé e l'altra. Bisogna difendersi dalle donne che difendono a prescindere, perché sono pericolose, sono dannose. Quella, la rabbia, spaventa più di un abito che si abbottona a malapena. Va benedetto il corpo vissuto in privato e nello scorrere del tempo, va benedetta la saggezza e la dignità composta che mostra ben altro oltre il corpo. Altrimenti non c'è mito. Il mito se c'è non provoca, semplicemente non si cura di noi irrisolte che vogliamo risolverci nel sostenere l'abbrutimento altrui. Le donne che difendono Susan Sarandon sono misogine.

 

 

17-05-2016 | 12:55