Un tacco 12 non fa più notizia

La comunicazione e l’immagine sono l’etica della società contemporanea. Nel nome dell’abito si informa anche con il dress-code, con un volto truccato più o meno pesantemente ci si esprime. L’outfit è la nuova verità rivelata.

Una notizia lanciata al tg serale dovrebbe mantenere il pregio della frugalità spartana propria della veridicità dell’informazione: il volto è lo strumento mediatico di una conoscenza equilibrata e la persona che la comunica deve tradurre sobriamente la tragedia da trasmettere alla famiglia seduta in tavola. Un cedere identitario allo stile personale, all’ombretto pesante, al rosso ciliegia del rossetto, all’incidenza dell’accessorio o della scollatura sconfina oltre la necessità giornalistica, cede alla spettacolarizzazione della notizia.

Il fatto che si auspichi un intervento in termini di immagine e non di correttezza informativa è altro discorso,  c’è che tutto si può dire ma non che Daria Bignardi non abbia profondamente ragione. La neo-direttrice di Rai3 impone alle conduttrici in onda una “divisa” composta da uno stile “bignardesco”: camicetta in colori tenui e tinte sobrie, niente abiti o tubini fascianti, no al tacco 12 e scollature ridotte al minimo. Le conduttrici dovranno rinunciare allo stile? Ben venga. La controtendenza mediatica in termini di legislazione suntuaria apre nuove prospettive sul ruolo storico dell’ufficio della censura, carica mai attribuita a una donna. Culturalmente e sociologicamente non esiste un femminile del termine “censore”: la “censora” non è grammaticalmente attestato in quanto non è mai  stato ruolo attribuito a donne. L’evento estetico fa di Daria Bignardi la nuova liberatrice del costume femminile, inaugura un nuovo ufficio, sdogana la trasmissione dall’inghippo del “come” e concentra sul “cosa” e “perché”.

C’è da dire che a un uomo non si chiederebbe mai di comunicare una notizia con “stile”, non è libero di indossare una camicia hawaiana o una semplice polo, ma solo di uniformarsi in giacca e cravatta. Il perché alle donne non si possa chiedere un eguale comportamento non è dato sapere e ci pone contro lo stesso principio che si vuol rivendicare. La parità dei diritti passa dalla coerenza del dress-code di genere. Il cambio di guardia dalla licenziosità all’austerity è una conquista, non uno svilimento. Le donne hanno sempre usato - e abusato - della moda in senso liberatorio per manifestare una creatività o un presenzialismo che in altri ambiti erano negati al genere. Siamo in un’era in cui l’affermazione al femminile in termini di diritti civili è già avvenuta, ragion per cui non sussisterebbe più l’estrema necessità di riaffermarsi e riaffermare un principio libertario mediante un tacco 12.

Esiste una sobrietà d’immagine dettata dal ruolo e in questo senso i media han “trasheso”, oltre i canoni del buongusto e dell’intelligenza. Le donne dovrebbero preoccuparsi dei contenuti dell’informazione più che dell’ansia di piacere a tutti costi, e sarebbe pure giunta l’ora di superare il concetto di abito come pharmakon visivo e mediatico ormai in deriva. C’è che la Bignardi ha tolto alle donne il giocattolo con cui si trastullano. L’informazione, poi, non deve subire distrazioni, ha bisogno di depositarsi nella mente dell’utente e non essere sconvolta e disturbata dal sensazionalismo del “guarda cosa indossa” più che dal “sentiamo cosa ha da dire”, per poi produrre interazione. Ben venga il restituire alla comunicazione il senso del suo scopo, dove il coprirsi è altra moda del liberarsi.

 

 

28-05-2016 | 13:59