La vendicatrice delle donne infelici

Marianna Sophia Malagoli

E’ esistita un tempo una  “favola sbagliata” senza principi e principesse. Una favola popolata di erbe velenose, uomini infedeli e donne vendicative.

La protagonista si chiamava Giulia Tofana ed era nata a Palermo, della sua vita siciliana si sa poco. Era stata allevata da una tale Thofana, esperta in arti magiche ed erboristiche, donna molto popolare nella Palermo del 1600 che venne in seguito giustiziata nel 1633 per aver assassinato il marito violento.

Giulia, forse figlia o forse nipote di Thofana, resta sola e indigente. Le cronache del tempo la dipingono come una fanciulla dedita al meretricio, la sua bellezza e il modo in cui veicolava i propri servigi l’avevano resa nota tra le cortigiane di re Filippo IV di Spagna.

Ben presto Giulia affiancò all’attività di cortigiana quella di “vendicatrice delle donne infelici”.

Lei che solo l’infelicità aveva conosciuto, stuprata in tenera età e abusata ripetutamente in seguito, lei che aveva assistito al matrimonio disastroso di Thofana, lei che aveva imparato a vendersi agli uomini conscia che l’avrebbero comprata, lei assunse un nuovo “ruolo sociale” con convinzione.

Non si sa se seguì una ricetta già creata da Thofana e la perfezionò soltanto o se la creò addirittura lei da sola.

Sappiamo che ideò e iniziò a commerciare segretamente un’acqua dal colore limpido e senza alcun odore a base di arsenico e piombo. Poche gocce al giorno mischiate al cibo e al vino assicuravano una morte lenta.

L’acqua veniva da lei travasata in fialette di vetro o in bottigliette più grandi che portavano l’effigie di San Nicola di Bari.

Al tempo infatti erano molto famose le ampolle contenenti la manna di San Nicola, santo taumaturgo, la manna veniva utilizzata per ungere gli infermi.

Quell’acqua però non era stata creata per ungere gli infermi ma per somministrare la morte goccia a goccia , piano piano, in silenzio con tanta lentezza da poter quasi godere di quel rito macabro.

Dietro a tutto questo non solo la voglia di uccidere, di “sbarazzarsi” di un marito da cui non ci si poteva liberare se non con la morte ma anche un gusto perverso, il gusto di vedere la morte che si sta procurando.

Secondo alcune teorie criminologiche si potrebbe supporre che per ogni uomo che Giulia riusciva a uccidere (tramite un’altra donna) cancellava un pezzetto di abusi subiti sul proprio corpo .

Molte donne che si prostituiscono riescono a sopportare quella vita creando un “io parallelo” ma in realtà nessuno sa cosa accade nella mente e nello spirito di una persona costretta a subire abusi, a subire un corpo che non si vuole toccare e da cui non si vuol essere toccati, a subire un odore che non si sopporta, che non  si riconosce come familiare, e che  resta nelle narici anche quando non c’è più . Non sappiamo quanto la “bruttezza” e l’aberrazione avessero colonizzato la mente di Giulia e delle donne che a lei si rivolgevano ma sappiamo che un uomo mal avvelenato dall’acqua di Giulia si rese conto di quello che gli stava succedendo e denunciò la moglie. Ben presto i sospetti ricaddero su Giulia che con la complicità di un suo fedele amante riuscì a riparare a Roma.

È noto che la vita romana di Giulia si svolgesse a Trastevere, dove abitava in via delle Lungara con Girolama, probabilmente figlia, probabilmente sorella, nulla è mai limpido nella vita della Tofana.

L’amante di Giulia, un uomo di chiesa, le assicurava l’accesso in alcune delle spezierie più note del tempo ed è così che riesce a perfezionare la sua acqua mediante l’utilizzo del cantaride (principio attivo estratto da un coleottero) e delle belladonna (erba velenosa ma che in minime dosi serviva a rendere lo sguardo luminoso).

Ed è così che l’Acqua sempre definita Acqua santa di San Nicola viene venduta con un piccolo foglietto illustrativo che vanta i benefici estetici del prodotto se usato in gocce sul viso. Era ovviamente una trovata criminale di Giulia per dissimulare la pericolosità del prodotto ma le donne che a lei si rivolgevano conoscevano bene come utilizzare al meglio l’Acqua.

A Roma, come prima a Palermo, la fama di Giulia e della sua “creazione mortale” si insinuò nelle pieghe più torbide e infelici della società femminile e nobile del tempo, e fu così che un altro uomo anziché morire dolcemente con poche gocce o di colpo conservando però il colorito roseo (pregio riconosciuto al veleno di Giulia) si accorse per tempo di quello che stava per accadergli e denunciò i fatti alle autorità.

Giulia venne arrestata, sottoposta all’inquisizione e condannata a morte per aver ucciso più di seicento uomini.

Questo l’ha consacrata per sempre nell’Olimpo deviato dei serial killer, di quelli che si dice facciano di tutto per mietere vittime e per lasciare al tempo stesso tracce di sé con la speranza di essere prima o poi ritrovati.

La vicenda di Giulia Tofana passò alla storia dell’Inquisizione come il Processo dei veleni che in una calda mattina di luglio del 1659 culminò  in una strage di stato a Campo de’ Fiori.

Pare che a trovare la morte insieme a Giulia furono la sua adorata Girolama, quarantasei tra le donne che si erano rivolte a lei nel corso degli anni romani e anche qualche uomo, forse suoi amanti, forse suoi studenti perché  secondo alcune ricostruzioni storiche Giulia era riuscita a creare segretamente a Roma un piccolo “ateneo “ dove aveva diffuso le sue competenze in materia di veleni e

dove, con ogni probabilità, se ne sperimentavano di nuovi.

Come in tutte le storie orribili e controverse esistono sempre “finali di riserva” e secondo alcuni anche Giulia ne aveva uno. C’era a quel tempo chi si diceva certo che l’assassina seriale senza precedenti fosse riuscita, tramite i suoi amanti potenti, a sfuggire alla condanna. Ma di questo non ci sono tracce.

In questa oscura storia caratterizzata da fatti incerti e ricostruzioni storiche imprecise c’è soltanto una certezza: la formula segreta dell’Acqua di Giulia non è morta con lei a Campo de’ Fiori…..

 

 

10-04-2019 | 16:47